mercoledì 24 settembre 2008
Il genocidio del popolo boero
Ora cercherò di riassumere la storia del popolo boero in modo cronologico dalla perdita della sua libertà:
-1902; i boeri perdono la loro libertà
-1990; Nelson Mandela (terrorista comunista) viene rilasciato
-1994; tramite elezioni illegali il ANC (partito comunista) vince tramite elezioni illegali, e il NWB (movimento di resistenza boero) inizia la lotta per l'indipendenza del suo popolo.
A dieci anni dalla fine dell'Apartheid la persecuzione razziale in Sud Africa esiste ancora, ma si è capovolta, la praticano i neri nei confronti dei cittadini bianchi o boeri, i quali, con il partito marxista al potere, sono oggetto di una pulizia etnica oltremodo brutale. I morti ammazzati, bruciati vivi, segati a metà aumentano vertiginosamente ogni giorno. La solita storia insomma, se le vittime del genocidio sono di pelle nera (come nel caso del Darfur) per bloccarlo si mobilitano Usa, Onu e Ue, ma se le vittime sono bianche e dagli occhi chiari non gliele frega niente a nessuno, nessuno muove un dito per pretendere il riconoscimento dei loro diritti.
Dal 1° luglio l'assemblea nazionale ha fatto legge il "Firearm control bill", che annulla di fatto la prerogativa dei contadini boeri sul possesso di armi per autodifesa. Ormai in molti danno per scontato un "effetto Zimbabwe", un bis della pulizia etnica contro i bianchi condotta nell'ex Rhodesia dal dittatore Mugabe. Certo i bianchi in Sudafrica sono 3,5 milioni ma, anche in Zimbabwe cominciò così e, prima ancora, con i Tedeschi in Namibia. Chi può ha cominciato a scappare. Il rischio, quando morirà l'estremo parafulmine Nelson Mandela è che venga meno ogni freno e il genocidio contagi le città. Il problema è che i bianchi sudafricani non hanno una madrepatria che gli accoglierebbe compensandone i danni: vivendo lì da tre secoli e mezzo sono oramai dei nativi, quanto gli statunitensi in America.
Rudi Botes, 47 anni, rinvenuto con gli occhi cavati nella fattoria Genbade presso Bultonfontein, Adriana Van Der Riet, 86 anni, uccisa con 20 pugnalate in una fattoria nelle Rocklands, Martmaria Da Bruin, 18 anni, stuprata in un lago di sangue nel suo letto a Honeydew, Roelof Gottschalck, 34 anni, impiccato a Rustenburg. Hanno antichi nomi europei questi martiri del Sud Africa. Ma tutto questo non nasce dal nulla, anzi era prevedibile data la politica razzista intrapresa dal governo nero di Pretoria. Nel 2004 il premier Thabo Mbeki, a capo di un monocolore dell'African National Congress d'ispirazione comunista, ha varato un pacchetto di leggi per il "potenziamento economico dei neri" (Bee Laws). Si tratta di leggi che, nella sostanza, rimuovono il diritto inviolabile alla proprietà privata, cancellano ogni toponimo Afrikaaner, chiudono i loro centri culturali, scolastici, radiofonici, completando la rimozione di ogni segno di matrice europea del Programma per il rinascimento africano. Sulla china del genocidio si arriva però con il programma di redistribuzione della terra, che consente che qualunque nero accampi un diritto su un podere Afrikaaner, per quanto datato o velleitario, di appropriarsene tout court: immaginate cosa accade quando i tribunali o gli interessati non acconsentono. O quando gli imprenditori agricoli rifiutano le società con azionisti neri, imposte dalle Bee Laws.
E dire che i primi a rimetterci dall'estinzione dei Boeri sono giusto i neri. Il Sudafrica era il granaio del continente, grazie all'export sottocosto delle fattorie bianche. Molte delle 24 nazioni che ora soffrono la fame nella fascia subsahariana lo devono al crollo della produzione boera, che dava cibo a 130 milioni di africani. E persino in alcune zone del Sudafrica quest'anno è comparso lo spettro della fame.
venerdì 5 settembre 2008
Confermato: Israele usava la Georgia come base di attacco all’Iran
Maurizio Blondet 04 settembre 2008
«In base ad un accordo segreto fra Israele e Georgia, due campi d’aviazione militari nella Georgia meridionale erano stati assegnati ai bombardieri israeliani per un attacco preventivo contro le installazioni nucleari dell’Iran. Ciò riduce notevolmente la distanza che i caccia-bombardieri devono coprire per raggiungere i loro bersagli in Iran».
Stavolta a scriverlo nero su bianco non è un complottista marginale. E’ Arnaud De Borchgrave, storico direttore del Washington Times ed ora, in tarda età, «editor-at-large» (ossia direttore non esecutivo, ma libero commentatore) dell’agenzia internazionale UPI. Un personaggio (l’ho conosciuto di persona in anni lontani) con ottimi agganci con servizi segreti, in primo luogo francesi.
Ora egli conferma tutto ciò che abbiamo detto in questo sito: Israele ha addestrato ed armato i georgiani, e si è fatta pagare (in parte) facendosi concedere due basi militari avanzate contro Teheran (1). S’intende che i caccia-bombardieri israeliani, per raggiungere le loro basi in Georgia, avrebbero dovuto «sorvolare lo spazio aereo della Turchia».
«L’attacco ordinato da Saakashvili contro il Sud-Ossezia la notte del 7 agosto», aggiunge De Borchgrave, «ha dato ai russi il pretesto per ordinare alle sue forze speciali di fare incursione in queste basi isrealiane, dove si dice che sono stati catturati diversi droni israeliani. E’ dubbio che l’IAF (Israeli Air Force) possa ancora contare su queste basi», dice sardonico.
Al pubblico americano, De Borchgrave rivela diversi particolari, già noti ai lettori di EFFEDIEFFE.
Che il «ministro della Difesa georgiana Davit Kezerashvili è un ex-israeliano che si è trasferito per facilitare le vendite di armi israeliane con l’aiuto degli USA».
Che «il primo ministro Vladimir Gurgenidze», prima dell’attacco, «ha fatto una telefonata in Israele per chiedere una benedizione speciale al più importante rabbino degli haredim, rabbi Aaron Leib Steinman».
Che «da Israele arriva il maggiore Roni Milo, ex ministro e sindaco di Tel Aviv, con suo fratello Shlomo, in qualità di rappresentanti della Elbit Systems, e delle Israeli Military Industries». Sono i droni fabbricati dalla Elbit ad «aver condotto i voli di ricognizione nella Russia meridionale, e anche nel vicino Iran».
Che il «ministro georgiano Temur Yakobashvili - un ebreo secondo Haaretz - si è fatto intervistare dalla radio dell’armata israeliana per vantarsi», alquanto improbabilmente, che «un piccolo gruppo dei nostri uomini sono stati capaci di spazzar via una intera divisione russa, grazie all’addestramento israeliano».
Il generale Anatoly Nogovitsyn, vice-capo di stato maggiore russo, ha infatti confermato in una conferenza-stampa a Mosca che l’aiuto israeliano alla Georgia comprendeva «otto tipi di veicoli militari, esplosivi, mine ed esplosivi speciali per pulire i campi minati», e in più «un numero di istruttori israeliani distaccati presso la milizia georgiana valutato tra i 100 e i mille. Oltre ai 110 militari Usa impegnati nell’addestramento in Georgia».
De Borchgrave ricorda che a luglio era avvenuta l’esercitazione Usa-georgiana «Immediate Response 2008», durante la quale «2000 soldati Usa erano stati trasportati in Georgia», lasciando capire che tale esercitazione serviva a preparare, e a mascherare, l’attacco a sorpresa al Sud Ossezia.
Invece la sorpresa l’hanno fatta i russi. Perchè - e qui De Borchgrave fornisce informazioni molto interessanti, di sue fonti - agenti doppi russi, «che in apparenza lavorano per i georgiani», hanno riferito a chi di dovere delle «fantasie militariste dell’impetuoso Saakashvili»; d’altra parte, gli Stati Uniti non avevano sufficiente «capacità di spionaggio satellitare, già stra-impegnato nelle guerre in Iraq e Afghanistan».
Sicchè nè gli uni nè gli altri «si sono accorti che le forze russe erano pronte ad una risposta immediata e massiccia all’attacco in Sud-Ossezia, che Mosca sapeva (in anticipo) imminente».
Quando poi la sorpresa si è trasformata in rotta, l’ambasciatore georgiano a Gerusalemme ha chiesto disperatamente di «far pressione su Mosca». Ottenendo la seguente risposta: «L’indirizzo per questo tipo di pressioni è Washington». Che, come sappiamo, esegue. Israele, a quel punto, era allarmatissima di non guastarsi del tutto con Mosca: la Russia può creargli molti guai, fornendo armamento all’Iran, alla Siria, a Hezbollah.
Il fatto è, conclude sarcastico De Borchgrave, che Saakashvili era convinto che gli USA l’avrebbero sostenuto totalmente nella sua guerricciola, correndo in suo aiuto contro la Russia, come «se la Georgia fosse l’Israele del Caucaso». Ovviamente gli USA non hanno potuto fare altro che qualche borborigmo minaccioso, e qualche provocazione inutile, come mandare aiuti «umanitari» ai georgiani su navi da guerra. Ottenendo anche qui una mezza umiliazione.
La Turchia, che controlla lo stretto del Bosforo, ha rifiutato il passaggio di navi da guerra americane di grande tonnellaggio nel Mar Nero, come ha il diritto di fare in base alla Convenzione di Montreux, un trattato internazionale del 1936 (2).
Il che conferma perchè la Turchia «non merita» di entrare nella UE: ha troppa dignità, troppo senso del proprio interesse nazionale, per entrare in questa conigliaia di servi spaventati di Usrael.
Un collega, ottima fonte, mi dice che anche la UE ha finanziato l’armamento della Georgia, attraverso denari etichettati come «fondi per lo sviluppo». Naturalmente è una notizia incontrollabile per principio, dati i labirinti del bilancio eurocratico, dove la pratica di nascondere le voci sotto altre voci è una forma d’arte. Ma è del tutto credibile.
Il che spiega perchè le truppe russe non hanno fretta di lasciare la Georgia. E perchè la UE ha alzato il ditino moralistico contro Mosca, ma per poi farle sapere (dopo consultazioni sottobanco) che non la isolerà nè eleverà sanzioni contro la Russia; annuncio che è stato accolto a Mosca con sardonica soddisfazione. Perchè tutti capiscono che le sanzioni, sono loro che le possono applicare a noi, tagiandoci il petrolio in inverno.
Così abbiamo fatto anche questa figura: dei deboli ridicoli e doppiogiochisti, per non aver avuto il coraggio di affermare che la ragione stava dalla parte di Putin, e che Israele e gli americani devono smettere di provocare e intrigare «out of area», mettendo in pericolo il mondo. Forse siamo noi che dovremmo chiedere l’entrata nella Turchia...
venerdì 22 agosto 2008
Russia contro Sion
Si parla già di oltre 2000 morti, ma le cifre come sempre accade in questi casi, sono destinate a salire.
In maniera sincronica, come sempre accade in questi casi, parte la propaganda mediatica, e le immagini che circolano nei telegiornali di Regime sono esclusivamente le immagini di distruzione e morte provocate dall’aviazione russa in Georgia. Ma non arrivano invece le immagini del fuoco georgiano che avrebbe provocato nelle sole prime ore 1600 morti e pesanti devastazioni.
Come mai le foto e i video si concentrano sulle vittime della controffensiva russa a Gori o in altre città maggiori georgiane, quando almeno tre quarti dei 40.000 profughi censiti dalla Croce Rossa risultano essere osseti?
Chi ha il potere di controllare i media occidentali? Per quale motivo si fa passare solo una parte della verità amplificandola ad hoc? Domande retoriche, la cui risposta è presto detta, tanto più quando si viene a sapere chi c’è dietro l’affaire…
Fin dall’inizio, sul sito www.debkafile.com molto vicino al Mossad israeliano, si evince che anche in questo scontro armato il piccolo stato di Sion gioca un ruolo importante, naturalmente oltre a l’onnipresente America.
“L'anno scorso – scrive il Mossad - il presidente georgiano ha assoldato da aziende di sicurezza private israeliane varie centinaia di consulenti militari, circa un migliaio, per addestrare le forze armate georgiane in tattiche di combattimento (commando, aria, mare, mezzi armati e artiglieria). Hanno inoltre offerto al regime centrale istruzioni sull'intelligence militare e la sicurezza. Tbilisi ha acquistato anche armi, intelligence e sistemi elettronici per la pianificazione dei combattimenti da Israele. Questi consulenti sono di sicuro profondamente coinvolti nella preparazione dell'esercito georgiano alla conquista della capitale osseta di questo venerdì.
In questo caso la “Gerusalemme non proprio Celeste” deve difendere i propri interessi petroliferi nell’oleodotto Baku-Ceyhan, costruito per non passare nei territori russi, dopo che Vladimir Putin ha rifiutato la collaborazione di un progetto per portare gas ai porti israeliani di Ashkelon e Eilat dalla Turchia. Una pipeline lunga migliaia di chilometri, che partendo da Baku sul Mar Caspio arriva fino a Ceyhan in Turchia senza toccare
Un piccolo tratto di Mediterraneo separa il porto di Ceyhan ad Haifa.
In questo progetto ovviamente
l 10 agosto del 2008 il quotidiano israeliano Yediot Aharonot ha pubblicato un articolo dove spiega dettagliatamente la questione: «Il combattimento che è iniziato nel fine settimana tra Russia e Georgia ha portato alla luce il profondo coinvolgimento di Israele nella regione. Questo coinvolgimento include la vendita di armi avanzate alla Georgia e l'addestramento di forze di fanteria dell'esercito georgiano. Il ministro della difesa [israeliano] ha tenuto un incontro speciale questa domenica per discutere delle varie vendite di armi israeliane in Georgia, ma finora non è stato annunciato nessun cambiamento di politica. "La questione è tenuta sotto stretto controllo", hanno detto fonti del Ministero della Difesa. "Non operiamo in nessun modo che possa contrastare gli interessi israeliani. Abbiamo declinato molte richieste che implicavano vendite di armi alla Georgia; e quelle che sono state approvate sono state analizzate scrupolosamente. Finora non abbiamo posto limitazioni alla vendita di misure protettive.
Questa collaborazione, tra Georgia e Israele, non è certo strana se vediamo chi sono gli attori principali.
Il Ministro georgiano Temur Yakobashvili è ebreo come pure il Ministro della Difesa David Kezerashvili, anzi quest’ultimo è un ex cittadino israeliano.
Il sito sionista Ynet.news elenca anche altri personaggi israeliani che hanno approfittato della situazione georgiana: «l’ex ministro (israeliano) Roni Milo e suo fratello Shlomo, direttore delle Military Industries, il brigadiere-generale (in congedo) Gal Hirsch e il General Maggiore (anche lui in congedo) Yisrael Ziv».
Roni Milo per esempio ha condotto affari in Georgia per
Molto probabilmente c'è anche un altro losco individuo dietro lo scontro Georgia-Russia, l'israelita (ungaro-statunitense) George Soros: uomo di punta dell'Impero britannico, nonché agente europeo della famiglia Rothschild. Uno dei più potenti e soprattutto pericolosi speculatori planetari ha certamente le mani in pasta nella rivoluzione georgiana.
La sua fondazione Beckley (una delle tante), usata per "propagandare la liberalizzazione della droga" [8], proprio a maggio scorso ha pubblicato un rapporto dal titolo emblematico, "Antidroga in Georgia: i test antidroga e la riduzione del consumo". Con quel rapporto Soros in pratica lodava la politica del Presidente georgiano Mikail Saakashvili e invece criticava l'operato del presidente Eduard Shevardnadze.
Quest'ultimo viene attaccato perché iniziò negli anni '70 una dura campagna di misure contro la droga e contro coloro che ne facevano uso: cosa questa assai pericolosa per i narco-speculatori internazionali.
Saakashvili, il beneficiario della "rivoluzione rosa", finanziata anche da Soros, potrebbe aver promesso al suo mentore, di arrivare in un futuro alla liberalizzazione nel suo paese!
Immaginate che cosa significherebbe per la Russia, già pesantemente compromessa dalle ondate di eroina proveniente dall’Afghanistan...
Nonostante la falsità mediatica con la quale il Regime è abituato a riempirci la testa, anche in questo caso, ma possiamo dire, come nella totalità degli scontri militari, di attacchi terroristici, di false-flag, esiste sempre un interesse economico (e di controllo) dietro.
Le domande che dobbiamo porci per cercare di capire gli accadimenti, a prescindere da come ci vengono raccontati o romanzati in tivù e nei giornali, è: Cui Prodest? Cui Bono? A chi giova? Chi ne beneficia?
lunedì 11 agosto 2008
Censura su Youtube

Da tempo Youtube si prende la libertà di porre censure a destra e manca nei confronti di video e canali aventi contenuti revisionisti olocaustici, con la scusa di lotta all'antisemitismo e al neonazismo. Il problema è semplice, la stragrande maggioranza dei video censurati NON CONTENEVANO INCITAMENTI ALL'ODIO ANTI-EBRAICO O AL NAZIONALSOCIALISMO!
In particolare mi è stato di recente censurato un video che esponeva le persecuzioni ai danni di alcuni storici revisionisti dell'olocausto, ora vi citerò il testo del video:
"La persecuzione ai danni dei revisionisti
Da tempo sembra che in Europa e non solo il revisionismo olocaustico sia il reato d'opinione per eccellenza, infatti le uniche nazioni in Europa che non hanno illegalizzato il revisionismo sono Spagna e Inghilterra, in tutte le altre nazioni europee vi sono pene pecuniarie e/o incarcerazioni fino a 10 anni (!) I revisionisti vengono demonizzati, incriminati e talvolta debbono addirittura subire delle aggressioni fisiche.
Robert Faurisson, tra i più celebri revisionisti, venne rimosso dall'insegnamento e privato della pensione,Egli ha inoltre subito diversi processi per avere negato dei crimini contro l'umanità,ricevendo pene pecuniarie e 3 mesi di libertà vigilata il 3 ottobre 2006. Ricevette anche numerose aggressioni fisiche, riportando nella più grave una frattura della mascella. Il più recente avvenne a Teramo nel 2007 dove era stato invitato a tenere una conferenza.
David Irving, professore revisionista inglese, venne arrestato in Austria per aver messo in dubbio l'esistenza di camere a gas.
Ernst Zundel, revisionista di origini tedesche immigrato in Canada, pubblicò un opuscolo revisionista, successivamente venne arrestato per "accusa di violazione delle norme d'immigrazione". Nel frattempo la Germania aveva spiccato un mandato di cattura contro di lui per il reato di "incitamento delle masse". Il 2 maggio 2003 il Ministero dell'Immigrazione canadese proclamava Ernst Zündel "una minaccia alla sicurezza nazionale". Dopo 2 anni venne estradato in Germania,una volta arrivato venne arrestato e incarcerato. Il processo (nel corso del quale a tre avvocati è stato impedito d'assumere o mantenere la difesa dell'imputato)si è chiuso con la condanna di Zundel a 5 anni.
A Teheran il presidente dell'Iran Mahmoud Ahmadinejad tenne,l'undici dicembre 2006, una conferenza revisionista, egli fu subito demonizzato e nemmeno un testo della conferenza fu tradotto e importato in Europa."
Questo era il testo del mio video, il codice di condotta di Youtube impedisce di postare sul sito video con dei contenuti razzisti, azioni pericolose, offensivi o abusivi, violenti o ripugnanti. Il mio video non conteneva nessun tipo di contenuto da me prima citato, allora perchè mi è stato censurato con la motivazione "contenuti non appropriati"?
A voi i commenti....
mercoledì 9 luglio 2008
11 settembre 2001, il complotto sionista
Con l'inferno scatenato in Afghanistan, l'imperialismo statunitense, lungi dal vendicare semplicemente i suoi morti, ha volutamente provato i suoi muscoli a monito del mondo intero ...».
Articolo di Alessandro Mereu
Guerra e verità non sono mai andati d'accordo, cosi scriveva qualcuno. E dalla mattina di quell'11 settembre, quando la CNN trasmise le prime immagini di una delle due torri del World Trade Center in fiamme, abbiamo imparato, sulla nostra pelle, la veridicità di tale affermazione. Mentre il fumo avvolgeva ancora il cielo di New York, e l'odore acro di bruciato penetrava ancora nel naso di tutti, nella sala di comando sotterranea situata sotto l'ala ovest della Casa Bianca, freddi strateghi in doppio petto, erano già al lavoro per elaborare quello che in futuro sarebbe stato, il delirio mistico‑politico che avrebbe guidato il Presidente dell'impero del bene, a sferrare la sua crociata contro l'Asse del Male.
«Ovviamente nessun europeo o asiatico o latino‑americano è tanto ingenuo da credere che i destini della più grande potenza mondiale mai apparsa nella Storia siano affidati alle compassionevoli mani di un figlio di papà ex‑alcolista (vizietto passato alle figlie) a dal QI che lo avvicina più al mondo vegetale che non all'essere umano: un cespuglio appunto». [1]
E la giustificazione per un tale proclama di guerra planetaria, assurda e paranoica?
«Un rozzo B‑movie hollywoodiano, con un cattivo dalla barba lunga che, rintanato in una grotta dell'Afghanistan, tra una dialisi a l'altra, si fa beffe del più evoluto sistema di difesa militare del mondo e, servendosi di kamikaze fanatici che pendono dalle sue labbra, semina morte a terrore in tutto l'Occidente radendone al suolo i simboli a poi svanendo nel nulla durante l'autentico inferno scatenato per catturarlo, mentre il suo complice più pericoloso si mette in salvo fuggendo in motorino per gli altopiani. Credete davvero a questa storia? Allora non leggete questo libro». [2]
La versione ufficiale non è altro che propaganda, che è servita a coprire a giustificare (sotto falsi scopi moralisti) le reali ambizioni imperialiste di Washington e dei governi occidentali che lo sostengono e che vede, nel controllo mondiale del petrolio a delle fonti primarie di energia nella regione del Caspio, la sua unica ragion d'essere. I progetti di costruzione di un gasdotto da parte della Unocal, gigante statunitense del petrolio, che avrebbe dovuto portare il gas dal Turkmenistan al Pakistan attraverso l'Afghanistan, erano in atto già da tempo, tanto che «... l'amministrazione Clinton simpatizzava apertamente con i talebani perchè erano in linea con la politica anti-iraniana di Washington e rappresentavano una pedina importante per il successo del progetto di un gasdotto dall'Asia centrale che non passasse attraverso l'Iran». [3]
Addirittura «Il Congresso USA aveva assegnato un fondo nero di venti milioni di dollari alla CIA perchè destabilizzasse l'Iran e Teheran accusava Washington di aver destinato parte del denaro ai talebani». [4] Ma allora, come spiegare il repentino cambio di vedute di Washington nei confronti dei Taliban?
Quasi sicuramente il cambio di strategia è da imputare al fatto che il regime del Mullah Omar era poco incline al dialogo a ancora meno avvezzo ai modi occidentali della diplomazia, inoltre le guerre intestine che divoravano il paese non rappresentavano di certo garanzie sufficienti ai petrolieri texani (Bush in primis) per investire miliardi di dollari in oleodotti, che sarebbero potuti facilmente divenire immense autostrade per topi afgani.
Di qui i veri padroni delta Politica Mondiale hanno pensato bene di sfruttare (o programmare?) gli attacchi dell'11 settembre per scatenare una guerra imperialista tale da essere in grado di spazzare via, una volta per tutte, l'oramai fastidioso ordine esistente del Taliban e insediare a Kabul un governo di coalizione transitoria che sarebbe servito a garantire i loro interessi imperialisti e gli investimenti delle multinazionali petrolifere.
Ma «... se la lobby energetica è il primo beneficiario della guerra in Afghanistan, è la lobby militare il grande vincitore dell'11 settembre. Tutti i suoi più folli desideri sono ormai soddisfatti». [5]
Dopo gli attacchi, infatti, i fondi della CIA sono aumentati del 42%, il budget militare degli Stati Uniti, che ricordiamo non ha mai smesso di aumentare neanche dopo lo scioglimento dell'URSS, è aumentato in maniera esponenziale raggiungendo la cifra record di 396 miliardi di dollari (somma superiore a quella degli altri venticinque più grandi eserciti del mondo messi insieme).
Con l'inferno scatenato in Afghanistan, l'imperialismo statunitense, lungi dal vendicare semplicemente i suoi morti, ha volutamente provato i suoi muscoli a monito del mondo intero, placando gli ardori bellicosi provenienti dal suo interno e dando così il via libera per la progettazione e successiva costruzione del tanto osannato «scudo spaziale», capace di annichilire qualsiasi altra potenza e in grado di consacrare la supremazia militare, statunitense, al ruolo definitivo di polizia planetaria. Analizzando, poi, il ruolo svolto dall'entità sionista e prendendo spunto dall'ottimo articolo di Claudio Moffa, inerente l'ombra di Israele negli attacchi dell'11 settembre, è fuor di dubbio che sia l'Afghanistan, l'Iraq, il conflitto tra India e Pakistan per il Kasmir (dove, di nuovo, riappare con nettezza una presenza forte di Israele: presenza quanto meno di fatto, essendo Tel Aviv il principale fornitore di armi dell'India, collaboratore con New Dehli anche in campo nucleare, e alleato prediletto degli integralisti induisti del BJP se non altro in ragione del comune contenzioso con l'Islam [6]), la Somalia, lo Yemen «... o qualsiasi altro teatro di crisi in qualsiasi angolo del pianeta, è evidente anche ai ciechi che ogni situazione di disordine, instabilità e crisi ‑quale che ne sia l'origine, anche la più lontana possibile dall'attore israeliano‑ giova all’«ordine» sionista nei Territori occupati, imposto al popolo palestinese in violazione di ogni regola di diritto internazionale e di rispetto dei diritti umani e civili». [7]
Assodato che la regia di Israele negli attacchi dell'11 settembre è oramai evidente anche ai ciechi, come non prendere in seria considerazione anche l'ipotesi di un complotto interno, in seno alle alte sfere dell'Alta finanza massonica?
Non è un mistero infatti che: «all'indomani degli attentati è stato verificato che manovre tipiche dei reati di insider trading erano state messe in atto nei sei giorni precedenti l'attacco. Le azioni della United Airlines (compagnia proprietaria degli aerei che si sono schiantati sulla Torre sud del WTC e a Pittsburg) sono state fatte precipitare di proposito del 42%. Quelle dell'American Airlines (compagnia proprietaria dell'aereo che si è schiantato sulla Torre nord e di quello che sarebbe caduto sul Pentagono) hanno avuto un crollo del 39%. Nessun altra compagnia aerea del mondo è stata oggetto di simili manovre, fatta eccezione per la KLM Royal Dutch Airlines. Se ne potrebbe dedurre che forse un aereo della compagnia olandese era stato scelto per un quinto dirottamento.
Simili maneggi sono stati osservati per le opzioni di vendita dei titoli della Morgan Stanley Dean Witten and Co (serve forse ricordare a quale religione appartengano i proprietari?) che si sono moltiplicate per dodici nella settimana precedente gli attentati. Questa società occupava ventidue piani del World Trade Center. Lo stesso è successo per le azioni di vendita sulle azioni, moltiplicate per venticinque, del maggiore broker del mondo, la Merrill Lynch and Co, la cui sede sociale si trova in un edificio adiacente che ha rischiato di crollare. E, soprattutto, sulle opzioni di vendita sulle azioni degli assicuratori coinvolti: la Munich Re, la Swiss Re e I'Axa. La Commissione di controllo delle operazioni della borsa di Chicago è stata la prima a dare l'allarme. Ha constatato che alla borsa di Chicago gli insider trading avevano realizzato più di cinque milioni di dollari di plusvalore sulla United Airlines, quattro milioni di dollari sulla American Airlines e un milione e duecentomila dollari sulla Morgan Stanley Dean Witter and Co e cinque milioni e cinquecentomila dollari sulla Merrill Lynch and Co. (...) Ne risulta che le plusvalenze illecite ammonterebbero a centinaia di milioni di dollari, rappresentando così il più grave reato di insider trading di tutti i tempi». [8]
Cosa? Credete ancora che l'Alta finanza ebraico‑massonica non abbia preventivamente pianificato l'accaduto? Credete veramente che il Mossad e la CIA non siano stati implicati o, quanto meno, non siano stati a conoscenza degli attacchi? Credete ancora ad uno sbarco programmato col telecomando e gestito con la telecamera? Beh: tenetevi pure il vostro bel McMondo, la vostra televisione malata, la vostra tolleranza democratica e il vostro schifoso modello americano e andate affanculo ... Ah dimenticavo: allargate e oliate bene le chiappe in attesa del prossimo velocissimo CD rom che vi pianteranno nel deretano, per programmarvi meglio.
Note:
1] Carlo Terracciano, "Rivolta contro il mondialismo moderno", pag. 93;
2] Thierry Meyssan, “L'incredibile menzogna, nessun aereo è caduto sul Pentagono”. Dalla prefazione di Sandro Veronesi.
3] Ahmed Rashid, “Talebani ‑ Islam, petrolio e il Grande scontro in Asia centrale”, Feltrinelli, Milano 2001, pag. 66;
4] ibidem;
5] Thierry Meyssan, op. cit. pag. 107;
6] cfr. "il manifesto", 27 dicembre 2001, p. 4: "L'India cliente n° 1 di Israele"; 7] Claudio Moffa, "I tre aspetti ‘soggettivi’ dell'unitarietà dei teatri di crisi afgano e palestinese. La cosiddetta nuova ‘Yalta’, il sostegno sionista all'estremismo islamico e l'ombra di Israele negli attacchi dell'11 set
lunedì 7 luglio 2008
Da ballata yiddish a inno partigiano, il lungo viaggio di bella ciao
Il brano fu portato in America da un musicista tzigano originario di Odessa. Ne esiste anche una versione operaia cantata dalle mondine dopo la guerra.
BORGO SAN LORENZO - In fin dei conti, svelare un segreto è costato solo due euro. "Nel giugno del 2006 ero al quartiere latino di Parigi, in un negozietto di dischi. Vedo un cd con il titolo: "Klezmer - Yiddish swing music", venti brani di varie orchestre. Lo compro, pagando appunto due euro. Dopo qualche settimana lo ascolto, mentre vado a lavorare in macchina. E all'improvviso, senza accorgermene, mi metto a cantare "Una mattina mi son svegliato / o bella ciao, bella ciao, bella ciao, ciao, ciao...". Insomma, la musica era proprio quella di Bella ciao, la canzone dei partigiani. Mi fermo, leggo il titolo e l'esecutore del pezzo. C'è scritto: "Koilen (3'.30) - Mishka Ziganoff 1919". E allora ho cominciato il mio viaggio nel mondo yiddish e nella musica klezmer. Volevo sapere come una musica popolare ebraica nata nell'Europa dell'Est e poi emigrata negli Stati Uniti agli inizi del '900 fosse diventata la base dell'inno partigiano". E' stata scritta tante volte, la "vera storia di Bella ciao". Ma Fausto Giovannardi, ingegnere a Borgo San Lorenzo e turista per caso a Parigi, ha scoperto un tassello importante: già nel 1919 il ritornello della canzone era suonato e inciso a New York. "Come poi sia arrivato in Italia - dice l'ingegnere - non è dato sapere. Forse l'ha portato un emigrante italiano tornato dagli Stati Uniti. Con quel cd in mano, copia dell'incisione del 1919, mi sono dato da fare e ho trovato un aiuto prezioso da parte di tanti docenti inglesi e americani. Martin Schwartz dell'università della California a Berkeley mi ha spiegato che la melodia di Koilen ha un distinto suono russo ed è forse originata da una canzone folk yiddish. Rod Hamilton, della The British Library di Londra sostiene che Mishka Ziganoff era un ebreo originario dell'est Europa, probabilmente russo e la canzone Koilen è una versione della canzone yiddish "Dus Zekele Koilen", una piccola borsa di carbone, di cui esistono almeno due registrazioni, una del 1921 di Abraham Moskowitz e una del 1922 di Morris Goldstein. Da Cornelius Van Sliedregt, musicista dell'olandese KLZMR band, ho la conferma che Koilen (ma anche koilin, koyln o koylyn) è stata registrata da Mishka Ziganoff (ma anche Tziganoff o Tsiganoff) nell'ottobre del 1919 a New York. Dice anche che è un pezzo basato su una canzone yiddish il cui titolo completo è "the little bag of coal", la piccola borsa di carbone". Più di un anno di lavoro. "La Maxwell Street Klezmer Band di Harvard Terrace, negli Stati Uniti, ha in repertorio "Koylin" e trovare lo spartito diventa semplice. Provo a suonare la melodia... E' proprio la Koilen di Mishka Tsiganoff. Ma resta un dubbio. Come può uno che si chiama Tsiganoff (tzigano) essere ebreo? La risposta arriva da Ernie Gruner, un australiano capobanda Klezmer: Mishka Tsiganoff era un "Cristian gypsy accordionist", un fisarmonicista zingaro cristiano, nato a Odessa, che aprì un ristorante a New York: parlava correttamente l'yiddish e lavorava come musicista klezmer". Del resto, la storia di Bella ciao è sempre stata travagliata. La canzone diventa inno "ufficiale" della Resistenza solo vent'anni dopo la fine della guerra. "Prima del '45 la cantavano - dice Luciano Granozzi, docente di Storia contemporanea all'università di Catania - solo alcuni gruppi di partigiani nel modenese e attorno a Bologna. La canzone più amata dai partigiani era "Fischia il vento". Ma era troppo "comunista". Innanzitutto era innestata sull'aria di una canzonetta sovietica del 1938, dedicata alla bella Katiuscia. E le parole non si prestavano ad equivoci. "Fischia il vento / infuria la bufera /scarpe rotte e pur bisogna andar / a conquistare la rossa primavera / dove sorge il sol dell'avvenir". E così, mentre stanno iniziando i governi di centro sinistra, Bella ciao quasi cancella Fischia il vento. Era politicamente corretta e con il suo riferimento all'"invasor" andava bene non solo al Psi, ma anche alla Dc e persino alle Forze armate. Questa "vittoria" di Bella ciao è stata studiata bene da Cesare Bermani, autore di uno scritto pionieristico sul canto sociale in Italia, che ha parlato di "invenzione di una tradizione". E poi, a consacrare il tutto, è arrivata Giovanna Daffini". La "voce delle mondine", a Gualtieri di Reggio Emilia nel 1962 davanti al microfono di Gianni Bosio e Roberto Leydi aveva cantato una versione di Bella Ciao nella quale non si parlava di invasori e di partigiani, ma di una giornata di lavoro delle mondine. Aveva detto che l'aveva imparata nelle risaie di Vercelli e Novara, dove era mondariso prima della seconda guerra mondiale. "Alla mattina, appena alzate / o bella ciao, bella ciao, ciao, ciao / alla mattina, appena alzate / là giù in risaia ci tocca andar". "Ai ricercatori non parve vero - dice il professor Granozzi - di avere trovato l'anello di congiunzione fra un inno di lotta, espressione delle coscienza antifascista, e un precedente canto del lavoro proveniente dal mondo contadino. La consacrazione avviene nel 1964, quando il Nuovo Canzoniere Italiano presenta a Spoleto uno spettacolo dal titolo "Bella ciao", in cui la canzone delle mondine apre il recital e quella dei partigiani lo chiude". I guai arrivano subito dopo. "Nel maggio 1965 - cito sempre il lavoro di Cesare Bermani - in una lettera all'Unità Vasco Scansani, anche lui di Gualtieri, racconta che le parole di Bella ciao delle mondine le ha scritte lui, non prima della guerra, ma nel 1951, in una gara fra cori di mondariso, e che la Daffini gli ha chiesto le parole. I ricercatori tornano al lavoro e dicono che comunque tracce di Bella ciao si trovano anche prima della seconda guerra. Forse la musica era presente in qualche canzone delle mondine, ma non c'erano certo le parole cantate dalla Daffini, scritte quando i tedeschi invasor erano stati cacciati da un bel pezzo dall'Italia". "Una mattina mi sono alzata...". Fino a quando ci sarà ricordo dei "ribelli per amore", si alzeranno le note di Bella Ciao, diventato inno quando già da anni i partigiani avevano consegnato le armi. "Bella Ciao? Forse le cantavano - dice William Michelini, gappista, presidente dell'Anpi di Bologna - quelli che erano in alta montagna. Noi gappisti di città e partigiani di pianura, gomito a gomito con fascisti e nazisti, non potevamo certo metterci a cantare". Fonte: Repubblica, 12 aprile 2008
martedì 1 luglio 2008
Verità e menzogne sull'attacco di Pearl Harbor
Tratto da Rinascita Di Sauro Ripamonti.
Esiste ancora una pletora di “storicamente ignoranti” che credono alla colpevolezza giapponese sull’attacco aereo a Perl-Harbor, mentre fu uno sporco affare orchestrato dagli Stati Uniti. Nell’estate del 1940, un gruppo di ricercatori organizzato da William Friedman, il più esperto “criptanalista” del servizio di guerra statunitense, riuscivano ad intercettare e tradurre il “purple code” il sistema segreto giapponese di comunicazione in codice. Con due apparecchi sincronizzati veniva cambiata la chiave del codice, uno trasmetteva il messaggio, l’altro lo riceveva per la trasmissione in chiaro. I tecnici statunitensi potevano così captare tutti i messaggi del governo giapponese, ed erano riusciti costruire otto copie degli apparecchi originali giapponesi che venivano poi assegnati a Washington, all’esercito, alla marina e alla base inglese delle Filippine di Cavita. Così, il dipartimento di Stato, l’esercito e la marina statunitensi erano in grado di conoscere tutte le intenzioni dei piani del Giappone, della politica e i loro interventi sul piano militare, meglio che se avessero partecipato alle riunioni del consiglio di guerra giapponese. Le relazioni dei messaggi segreti decodificati iniziavano nel 1941 e fornivano agli statunitensi tutte le comunicazioni che intercorrevano tra il governo giapponese, il loro ambasciatore, le relazioni con altri paesi e le decisioni del consiglio di guerra, a quel tempo il Giapponesi trovava in guerra con la Cina. Va osservato che il popolo statunitense non aveva alcuna intenzione d’essere trascinato in una guerra europea, Roosevelt, a Boston il 30 ottobre 1940, durante la campagna elettorale per la sua terza elezione a presidente, dichiarava: “L’ho già detto; ma lo dirò ancora e ancora, e ancora, che i vostri figli non dovranno essere i inviati in alcuna guerra all’estero”. Era una enorme bugia perché l’intervento contro il Giappone era stato già pensato ed era in via di attuazione. Nel dicembre 1940, Churchill, riassumendo gli accordi e l’attività svolta e in previsione di quella futura così si rivolgeva a Roosevelt: “Il nostro predominio mondiale, per gli Stati Uniti e per l’Inghilterra, è per i primi sull’Oceano Pacifico e per i secondi sull’Atlantico e l’Oceano Indiano”. Rieletto per la terza volta alla presidenza Roosevelt dichiarava che gli Stati Uniti erano “l’arsenale della democrazia” e che le forniture belliche all’Inghilterra sarebbero continuate ininterrottamente. Le decisioni prese da Roosevelt e Churchill escludevano quindi ogni soluzione pacifica delle questioni incorso tra Stati Uniti e Giappone e nella previsione di costringere il Giappone a reagire, faceva convocare l’ambasciatore Nomura, al quale muoveva una delirante accusa attraverso un “ultimatum” riferita alla penetrazione giapponese in Indocina con la quale riteneva il Giappone colpevole, così espressa: “Aver continuato le sue operazioni militari e la dislocazione delle sue forze armate in diversi luoghi dell’Estremo Oriente”, fingendo di dimenticare che il Giappone si trovava in guerra con la Cina e di conseguenza aveva occupato l’Indocina. Roosevelt informava poi Churchill del suo incontro con Nomura e lo stesso Churchill si affrettava a diffondere con un radio-discorso la potenziale minaccia giapponese su Singapore, Siam e Filippine avanzando così le motivazioni per una possibile entrata in guerra. Roosevelt affidava poi al capitano Curtis Munson l’incarico di accertare la lealtà di cittadini di origine giapponese verso gli Stati Uniti e li residenti. Qualche mese più tardi, circa 130.000 cittadini giapponesi, residenti in USA, venivano internati in un campo di concentramento nell’isola Tobago. A tutto questo si doveva aggiungere le numerose operazioni di violazione delle leggi internazionali statunitensi. Esisteva quindi già una valida ragione perché il Giappone dichiarasse guerra agli Stati Uniti, ma il governo giapponese continuava nella sua opera di ricerca di un accordo. Infine, Roosevelt e Churchill mettevano in azione il loro piano che consisteva nell’accendere una guerra con il Giappone in modo che fossequest’ultimo a sparare il primo colpo. I due scelsero infatti la via più silenziosa, quella di un vero e proprio “assedio economico” verso un paese che per densità di popolazione, per esigenze militari dovute al conflitto cino-giapponese, aveva assoluta necessità di importare materie prime. Gli Stati Uniti concedevano allora alla Cina, in guerra con il Giappone, un prestito di 100 milioni di dollari. Vietavano ogni esportazione di materie prime dalle Filippine al Giappone, infine chiudevano il Canale di Panama alle navi giapponesi. Questi atti riducevano il Giappone in condizioni disastrose, causando carenze alimentari ed un generale impoverimento. Dopo vari ed inutili tentativi di accordi da parte del governo giapponese con gli Stati Uniti, il 7 dicembre 1941, veniva intercettata dai servizi statunitensi la parte finale del messaggio riguardante un attacco aereo a Pearl Harbor. Da parte statunitense non veniva presa alcuna precauzione perché quell’attacco avrebbe portato il popolo statunitense ad accettare l’entrata in guerra, presentata come una giusta risposta ad una aggressione agli Stati Uniti. Era una prassi largamente utilizzata dagli USA quella di creare un precedente per aggredire altre nazioni; la più recente riguarda l’Iraq accusato di detenere fantomatici mezzi di distruzione di massa. L’attacco giapponese avveniva con tre successive ondate di aerei pesanti da bombardamenti. In campo statunitense le perdite ammontarono a più di 200 aerei, due corazzate, tre incrociatori,circa 2800 morti e26 dispersi; vite umane tutte pesanti sulla coscienza dei due compari Roosevelt e Churchill. Una indiscutibile testimonianza dei fatti è stata resa nelle memorie del generale americano Wedemayer, incaricato dal 1938 del programma di distruzione della Germania. “Dopo che nemmeno le più estreme provocazioni erano riuscite a farci dichiarare guerra dalla Germania, Roosevelt si rivolse al Pacifico, forse il Giappone si sarebbe opposto meno,perché era possibile esercitare una pressione economica e diplomatica che lo avrebbe costretto a dichiararci guerra”. Fatto che avvenne puntualmente e con la guerra e la caduta del Giappone, agli Stati Uniti si apriva la via di intervento commerciale in Cina ed in Indocina avendo eliminato un pericoloso concorrente.








